VINODABERE: DICONO DI NOI

VINODABERE: DICONO DI NOI

Passeggiando per Contrada Marchesa, a Lucera, sembra ancora di poter scorgere – all’ombra di una grande quercia – Federico II che riposa sereno, dopo una lunga cavalcata.

Poco distante dalla radura, il Palatium del sovrano svevo domina il Colle Albano.

Nel corso dei secoli la sommità di questo colle – così chiamato per la presenza di argilla bianca – è sempre stata considerata una posizione strategica dalla quale dominare e difendere il Tavoliere di Puglia.

Nel 1233 l’imperatore svevo vi fece edificare la sua fortezza dove soggiornò con frequenza ed emanò tutti i documenti rogati a Lucera.

Federico II decise di insediare in questa città i musulmani ribelli della Sicilia e Lucera presto assunse fattezze arabe, con la sua moschea, la scuola coranica, una diffusa libertà di culto e commercio.

A partire dal 1268 Carlo I d’Angiò mise sotto assedio la città saracena e la prese per fame.

Da quel momento tutte le strutture presenti intorno al palazzo furono distrutte e al loro posto fu eretta l’attuale fortezza angioina, una vera e propria cittadella fortificata, inizialmente abitata dai coloni cristiani provenienti dalla Provenza.

Vi racconto questi fatti storici perché passeggiando per i vigneti di Lucera, all’ombra del castello svevo-angioino, ho avuto il piacere di respirare la storia antica del Mezzogiorno, crocevia di popoli, culture e dinastie.

La sua posizione geografica strategica, d’altronde, ha sempre reso la città particolarmente desiderabile.

Non a caso Lucera viene chiamata “Chiave di Puglia”, contestualizzata com’é tra l’abbraccio dei Monti subappennini Dauni ed il Mare Adriatico, a 18 Km dalla città di Foggia.

Ha origini molto antiche e da tempi remoti è votata alla vendemmia e al vino.

Basti pensare alla sua DOC più antica e rappresentativa: il “Cacc’e Mmitte”, che in dialetto significa “tira fuori e metti” e fa riferimento al secolare metodo di vinificazione comunitaria: togli il vino dal palmento (vasca con pareti di mattoni o calcestruzzo che serviva per pigiare e fermentare il mosto) e “metti” l’uva di un altro proprietario viticoltore, in attesa del suo turno per vinificare.

Proprio in questo angolo di Puglia, all’ombra della fortezza, si estendono i vigneti di Cantina La Marchesa: 15 ettari distribuiti nel raggio di 300 metri dal centro aziendale di trasformazione.

Un vero e proprio “domaine”, che i proprietari scherzosamente definiscono “feudo”.

Questa caratteristica garantisce la presenza costante dell’uomo nel vigneto, scandita da una meticolosa lavorazione manuale che la squadra di operatori – la stessa dalla nascita del progetto – porta avanti con dovizia; si tratta di potatori esperti che esercitano il mestiere da generazioni, convinti che solo un occhio allenato possa ottenere il meglio dalla pianta.

In primavera si sfoglia, nell’attenta valutazione dell’andamento stagionale, dopodiché si diradano i grappoli e si porta in cantina l’uva, in tempi rapidi dopo il taglio.

Ad attendere i grappoli il nastro trasportatore, due presse da 10 quintali e la catena del freddo garantita in ogni fase produttiva, sviluppata con l’impiego di piccole macchine enologiche.

Cantina la Marchesa nasce come azienda viticoltrice nel 1988 e la struttura di trasformazione viene costruita nel 2006, come risultato dell’unione sentimentale e professionale tra Marika Maggi – donna simbolo della cantina, eclettica fondatrice ed ambasciatrice del brand – e suo marito Sergio Lucio Grasso, vignaiolo e profondo conoscitore della campagna.

La famiglia si occupa personalmente di tutta la filiera, dall’uva, al pack design, fino alla commercializzazione diretta dei prodotti, in assoluta coerenza con la filosofia aziendale e nel pieno rispetto dei dettami della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi), di cui Cantina La Marchesa fa parte.

Secondo Sergio “l’enologia non deve superare il vino, ma semplicemente impreziosirlo”.

Dal 2017, con la realizzazione del primo spumante Metodo Classico Rosé “L’Istante della Marchesa”, le referenze in catalogo diventano sei, tutte da vitigni autoctoni, con un monte produttivo che varia dalle 60 alle 70 mila bottiglie annue, di cui ben la metà declinate in rosa, con la referenza “Melograno”, vero e proprio core business aziendale.

Il vino in questione, fortemente voluto da Sergio, rappresenta la prima sperimentazione di Nero di Troia vinificato in rosa del Nord della Puglia.

Ma non è di questa referenza iconica che desidero parlarvi.

Dopo aver goduto dei suoi profumi direttamente dalla botte e dopo averlo testato in più annate, non posso esimermi dal raccontare il bianco più importante di questa cantina: il “Capriccio della Marchesa”. Marika Maggi, per il suo quarantesimo compleanno, chiede al marito di concepire un nuovo vino capace di rispecchiare appieno i suoi gusti personali: un bianco elegante e longevo, determinato a sfidare il tempo.

Sergio seleziona per lei una sola vigna ed un’unica uva – il Fiano – che diventa materia prima per il “capriccio” di Marika.

Ancora oggi questo vino rappresenta il bianco di punta aziendale e viene prodotto in 3200 unità, accompagnate dall’eco dei fasti di Federico II, che tanto amava quest’uva.

ll Capriccio della Marchesa 2021 IGT Daunia (Fiano 100%).

Le uve provengono dal singolo vigneto dedicato al Fiano, 53 are allevate a spalliera con densità di 3300 piante/ettaro ed una resa massima di 90 quintali/ettaro.

Vengono vendemmiate manualmente, selezionate e pigiate in presse di piccola portata. Parte della fermentazione avviene in barrique di rovere francese, dove si sviluppa anche la maturazione sulle fecce fini, regolarmente messe in sospensione nel vino.  Non viene svolta alcuna fermentazione malolattica.

Il vino risplende giallo paglierino striato di oro, di trama densa e voluttuosa.

Il suo profumo richiama in prima istanza i frutti esotici: ananas maturo e mango, ai quali si intrecciano agrumi gialli succosi e pesca nettarina.

Ginestra, zagara e camomilla apportano il loro contributo floreale, insieme a lievi cenni di miele d’acacia e bacca di vaniglia; con il passare dei minuti sopraggiungono le note tostate, ed il profumo di crema di nocciole completa il generoso quadro olfattivo.

Il sorso è coerente: morbido, fruttato e denso, snellito da una vivace freschezza e da un allungo teso ed agrumato.

Il gioco dei volumi esprime un corretto uso del legno ed un’appropriata sosta sulle fecce, senza prevaricare la scena gustativa.

Torna alla mia memoria il sapore delle caramelle al miele e limone che mi dava sempre la mia nonna.

La scia, di piacevole persistenza, conduce ad un finale più austero, di natura balsamica, resinosa.

Durante l’ultima visita in cantina ho avuto il piacere di assaggiare anche l’annata 2015 di questo vino, terzo millesimo prodotto dall’azienda.

Il quadro organolettico è sovrapponibile, con l’innesto di erbe aromatiche secche, note di burro d’arachidi ed eleganti cenni di idrocarburo.

Nel tempo non ha smarrito la sua tensione e, nonostante sia figlio di un’annata calda, conserva la sua vivacità agrumata, integrando molto bene la sensazione pseudocalorica.

P.s.: visitare Lucera accompagnata dai racconti della sua “Marchesa” mi ha permesso di comprendere le ragioni della sua candidatura a “Capitale Italiana della Cultura 2026” In attesa che il Ministero della Cultura decreti la città vincitrice, io vi invito caldamente a visitarla.